venerdì 23 gennaio 2009

L'arte di scrivere il vino



Navigando capita di vedere in rete delle belle iniziative dedicate al mondo del vino. E non solo le degustazioni, i banchi d'assaggio o i vari calici di stelle, cantine aperte ecc.
Si legge a volte di eventi che riguardano le emozioni del vino e a noi non possono rimanere indifferenti .
In questo caso mi ha colpito questo concorso letterario e ve lo segnalo così come l'ho trovato.

"Terza edizione del concorso letterario di Villa Petriolo. S'IO FOSSI...VINO. Epifanie dello spirito
Il bando e la locandina del nuovo concorso letterario di Villa Petriolo, edizione 2009. La diffusione avrà inizio ufficialmente domani 22 gennaio 2009, per terminare il 30 aprile 2009. Sul sito di Villa Petriolo, da domani, tutte le indicazioni utili per partecipare con un racconto breve della lunghezza massima di 8.000 battute, in lingua italiana. La partecipazione al concorso rimane libera ed aperta ad autori sia italiani che stranieri. Tante le novità ed i premi! "

Il link in questione è: http://www.villapetriolo.com/premiletterari.html
Forse se riesco a tradurre dal toscano all'italiano.... partecipo pure io.

mercoledì 21 gennaio 2009

Dalle Marche con rossore


Ormai lo so. Quando il mio caro amico Max mi guarda di sottecchi con quell’aria un po’ sorniona, significa che ha qualcosa di speciale da mostrarmi.
L’occhiata era appena stata preceduta da una mia domanda “ Ma non hai mica un vinellino da dessert per accompagnare questi dolcetti?”

“Guarda cosa ti fo sentire” risponde lui (mirabile coniugazione di approccio visivo e cinestetico in una sola frase).

E, sempre con l’aria “sottecchiosa”, estrae una bottiglia senza etichetta dalla credenza dell’abitazione affittata col gruppo di amici storici (no, io non ne faccio parte, sono più recente) per celebrare religiosamente, da tempo immemore, un’abbondante libagione lontano da mogli, parenti e scocciature varie. Tutto questo ogni mercoledì (però che idea gagliarda ehm ehm...).
“Questo è vino di visciole” sentenzia.

“Di vi...” Sono spiazzato. Poi mi ricordo che, sì, le visciole sono le ciliegie.
Assaggio. Buono. Dolce, aromatico, intenso. Un bel color rubino. Però! Me ne faccio un secondo goccio mentre Max spiega tutto l’antefatto (sennò che gusto c’è ad offrire) .
Il vino viene da Acqualagna, ridente cittadina marchigiana. Là produrlo è una tradizione contadina secolare: lo fanno anche industrialmente e lo chiamano Visner. Mettono a macerare le visciole in vino locale, di solito sangiovese o montepulciano, e poi lo fanno riposare per qualche mese. Questo il canovaccio. Le varianti sul tema sono abbondanti.
Ma lui lo assaggia da un suo amico marchigiano e se ne innamora. “Per forza- dice l’amico – Questo è il migliore. Lo fa quello della pescheria dal Granchio, la più fornita di Acqualagna.”
Ma che c’entra il pesce con le ciliegie, direte voi? C’entra perchè, come dicevo, ad Acqualagna il vino di visciole lo fanno in tanti, artigianalmente, ma quello di Mirco, il proprietario del Granchio è il non plus ultra.
“Ma ne fa pochissime bottiglie e non lo dà a nessuno. E’ gelosissimo. - dice l’amico - Io sono un suo intimo e per me ha fatto un’eccezione, una!”
Max insiste così tanto che alla fine i due fanno un piano.
Vanno in pescheria dove Max acquista pesce per la cena. E si produce sin da subito in elogi sperticati e sicuramente esagerati, (anche se il Granchio è una bella pescheria, neh) per il pesce, il locale, il titolare del locale, la moglie del titolare e tutta la parentela fino alla quinta generazione passata e futura. E il compare lo spalleggia, eccome.
Alla fine Mirco, colpito da tanta ammirazione, sente di dover far qualcosa per ricambiare. E cade nella rete. “ Sapete che vi dico?” – dichiara - Vi faccio assaggiare un goccio di una cosa che fo io”.
E sul tavolo compare come d’incanto una bottiglia di vino. Di visciole.
E dopo l’assaggio, che volete, l’entusiasmo di Max va alle stelle (“Non posso proprio tornare a casa, in Toscana, senza questo vino”) il compare rincara, e Mirco crolla (mi sarebbe piaciuto vedere la sua faccia) e allunga al nostro amico un’altra bottiglia intonsa. Proprio quella che adesso mi trovo in mano.
Che dirvi? Dopo una storia così mi faccio il terzo bicchierino.
A volte fa tanto piacere prendere un Granchio !

lunedì 19 gennaio 2009

Rosso di Sera, i sodi

Eh si un bel rosso, in una bella sera è davvero una soddisfazione.

Tenevo da tempo questa bottiglia nella cantinetta climatizzata dove custodiamo i nostri bambini ( io e la mia socia al 50%, la moglie...) e aspettavo solo l'occasione giusta.

Quindi sabato ho avuto le coordinate giuste, due amici a cena veramente appassionati del buon bere e un menù abbastanza ideale. lasagne e arrosto.

E quindi di soppiatto, come fossi Arsenio Lupin, ho stappato prima che qualcuno contestasse la scelta ma anche prima che mi venissero i soliti sensi di colpa

Mi succede sempre prima dell'apertura di un vino che ho messo in affinamento e che mi da gioia solo per il fatto di averlo in cantina, che volete sono le manie del fissato.

E poi che lo conosca già o no, ho davvero sempre un rispetto a volte eccessivo verso quel prodotto che qualcuno ha realizzato con la sua arte enologica magari un bel pò di anni prima. Mi sembra di violare uno scrigno e che dopo non avrò più la bellissima aspettativa che si prova nel veder crescere un bel vino.

Per chi non ama il vino deve essere davvero sciocco tutto ciò, ma per me è la natura stessa della mia passione. Abituato nel mondo frenetico ad adeguarmi ad una velocità quasi insostenibile in tutti i settori, dall'affettivo al lavorativo, qui riesco ad "usare" il tempo per la mia felicità. Posso idealmente sedermi sotto il mio albero preferito ed aspettare gli effetti del tempo sul mio amato vino. Bene basta così altrimenti sembra una crisi alcolica questa.

I SODI di SAN NICCOLO' si diceva, grande grande rosso vi confermo. Già allo stappo il profumo di fiori e frutta arriva al naso, poi nel bicchiere un superbo rosso rubino vivace e brillante fanno venire la classica acquolina in bocca. Si mette il naso nel bicchiere e salgono subito altri aromi delicati di vaniglia, frutta rossa matura, di etereo e di sottobosco. Ma è la pulizia che impressiona, grande carattere senza strafare nei gradi alcolici.

Al palato poi un tannino fine e delicato con un acidità complice che non intacca la morbidezza complessiva. Gusto pieno, persistente e con un finale di bocca molto piaevole.

Grande esempio di sangiovese toscano senza influenze merlottiane o cabernettistiche che arrivano, come di solito succede anche se non invitate, alla nostra personale festa.

Vade retro almeno per questa volta, voglio assaggiare la toscana.

E come alleato in questa rappresentazione il sangioveto porta con se un altro vitigno locale, la malvasia nera.

Lode a te produttore-genitore di questo piccolo gioiello che è nato nel 2001 tra i sassi (i sodi) della collina e cresciuto sano in quel di Castellina in Chianti.


giovedì 15 gennaio 2009

Nomen Omen?


”In vino sapientia, in cervesia vis, in aqua germines”


A sentire Rutilio, poeta latino del V secolo d.C., gli amanti della birra e del vino avrebbero dunque un nemico comune; di fatto perdente, visti i compagnucci che si porterebbe con sé …..
Birra e vino, due mondi contigui, entrambi antichissimi, entrambi espressione del progresso sociale, economico e culturale dell’umanità: si è cominciato a produrre vino e/o birra quando l’uomo si è trasformato da nomade a stanziale, da cacciatore a contadino, la sua vita si è allungata, e ha cercato di renderla più piacevole. Due mondi non antitetici, l’uno non esclude l’altro: entrambi sono espressione della fantasia creativa dell’uomo, della sua capacità di produrre e manipolare prodotti di per sé naturali (l’uva per il vino, malto orzo lievito ed acqua per la birra) per dare vita ad un qualcosa d’altro.
Con un’unica differenza, almeno qui da noi: in un paese come l’Italia (l’antica “Enotria” dei greci, la “terra del vino”) a fortissima vocazione vitivinicola, il vino è prodotto conosciutissimo, del vino molti sanno tanto (o così sembrerebbe), mentre della birra quello che si sa, spesso, ha poco a che fare con la birra stessa. Si sa della birra, solo quello che racconta la pubblicità. Che non è, come tutti sanno, la bocca della verità.
Mi piacerebbe iniziare qui, su questo blog “abitato” da amanti del vino, un percorso (spero interessante e il meno scolastico possibile) di avvicinamento al “magico mondo della birra”, che è molto più ricco di quanto l’Heineken o la Peroni tentino di farci credere. E “magico” è un termine che non uso a caso, e non nasconde nessun tipo di orgoglio di casta: l’arte e l’iconografia popolare fino al XVI secolo hanno raffigurato il mastro birraio nello stesso modo nel quale venivano rappresentati gli alchimisti (quelli che andavano a caccia anche della pietra filosofale, cercando pure di ricrearla in laboratorio): con la stella a sei punte sullo sfondo (e la Maghen David per chi se ne intende un po’ di occultismo rappresenta un universo simbolico sterminato). Questo perché, come vedremo in seguito, nessuno ha capito (per quasi 10.000 anni) com’è che veniva fuori la birra dal pentolone: si mischiavano gli ingredienti, si accendeva il fuoco, e … come per magia dopo un po’ veniva fuori questo liquido inebriante. Solo nel 1873 Pasteur capì, e svelò la magia: da allora comincia la storia dell’Heineken, che ha quasi posto fine alla storia della birra. Per fortuna non c’è riuscita.
Per far conoscere qualcosa a qualcuno, ma soprattutto per “prendere possesso di qualcosa”, l’uomo ha inventato una procedura semplicissima, e quasi infallibile: dare un nome alle cose. Quindi, anche per la birra, conviene, per conoscerla (o ri-conoscerla), impararne il nome, che rivela moltissimo della sua storia, contenendone spesso il destino (da qui il titolo di questo post), o la destinazione.
- Assiri: bi-se-bar, “bevanda che fa vedere chiaro”
- Babilonesi: sikaru “pane liquido”
- Egiziani: zythos
- Greci: zythum, dalla pianta zea (antenato del frumento), ed è da questa radice che in seguito
nascono i termini scientifici riferiti alla fermentazione, come “zimotico”
- Traci: Brutos o brytos, dal termine col quale si definiva l’orzo (si potrebbe tradurre
con “vino d’orzo”)
- Creta: Bruton
- Romani: cerevisia (in onore della dea Cerere, dea dell’agricoltura, con l’aggiunta di –vis =
forza). Da qui gli altri nomi derivati: cervesia, cervogia, cerveza.
Fino al 1300 il termine moderno “birra” non compare. E da dove e perché compare è questione ancora controversa. Potrebbe derivare dal termine indogermanico bh(e)reu o bh(e)ru, che significa "ribollire". Altri lo collegano al termine anglosassone baere, col quale si indicava l’orzo. Altri lo fanno risalire ad una crasi del termine latino bibere. Interessante, infine, il doppio modo ancora in uso nei paesi anglosassoni di definire la birra: beer e ales. Ales che deriva dal latino “alere” (crescere), o “alimentum” (cibo), ma anche (o soprattutto) dall’antico gaelico “alu”, stato di estasi.
Piccolo ma, spero, esaustivo giro d’orizzonte. La birra è quella cosa che sostenta (pane liquido), che ti apre la mente (bevanda che fa vedere chiaro), che ti fa anche uscire da te avvicinandoti alla divinità (alu, stato di estasi), è bevanda creata e “protetta” dalla divinità (cerevisia e bruton).
E cos’ha in comune con il vino? L’alcool. Che è un termine inglese derivato dall'arabo "al-kuhul", "polvere di antimonio". Era, in pratica, un ombretto, una polvere che si usava nel medioevo per annerire le palpebre nel trucco femminile. A sua volta deriva dalla parola araba "kahala", che significa "dipingere".Solo nel 1672 è il termine è stato usato nel senso di "sostanza sublimata, lo spirito puro di qualcosa".
Forse è qui che si chiude il cerchio interpretativo: birra e vino, entrambi ricchi di alcool, sono “prodotti di bellezza”, che “ridipingono” l’aspetto delle cose, fino alla sublimazione assoluta. Magari non è così, le connessioni posso anche sembrare un po’ tirate per la giacca, ma non mi dispiace pensarlo.

lunedì 12 gennaio 2009

amici a tutta birra



Arrivano gli amici birrai e diamo il benvenuto! Il nostro birraio di fiducia Alberto Laschi ci delizierà con alcuni post sulla birra e per chi vuole potrà seguirlo nel suo blog http://www.inbirrerya.blogspot.com/.

Vino e birra assieme? La vita è veramente meravigliosa da questo punto di vista, sotto il segno del gusto e della qualità non ci sono mai divisioni.

benvenuto alberto!

Ecco questo ci mancava....

 
Da un articolo del quotidiano IL SECOLO XIX arriva per noi amanti delle bollicine questo spettacolare metodo di spumantizzazione. Sembra che sia prevista la vendita diretta ( sul fondo ) con un sarago ogni 3 bottiglie.
Credo che ormai vendere il vino sia davvero difficile, però complimenti per l'idea a livello di marketing.... i giornalisti del settore impazzano per storie del genere!
Noi potremmo fare un veloce corso sub e poi......
 
"Nasce nel Levante, fra le acque del mare dell'Area Marina Protetta di Portofino e le terre uniche – ottimamente esposte al sole e in collina, sulle alture che abbracciano il mare dell'Area Marina- il primo spumante fatto maturare in mare. Manca ancora il nome, così come - per ora - si vuole mantenere top secret il punto esatto dove le bottiglie verranno immerse per completare la fase di maturazione dello spumante. Tutto il resto, ha lo spirito e la brillantezza dei protagonisti di questa avventura. lLideatore dello spumante che unisce terra e mare, Piero Lugano: origini (da parte di nonni) metà piemontesi e metà liguri (di Camogli), chiavarese di adozione e fondatore, trent'anni fa, delle Cantine "Bisson" a Chiavari

L'idea si trasforma in progetto: con l'enologo Enzo Michelet e l'agronomo Walter Iguera, Lugano pensa a come poter sfruttare le proprietà del mare, per dare vita a uno spumante unico. Coinvolge l'Area Marina Protetta di Portofino, che abbraccia l'idea: il presidente Augusto Sartori e il direttore Giorgio Fanciulli hanno già inoltrato al ministero per l'Ambiente tutte le richieste per le necessarie autorizzazioni. «Pensando alle anfore dei galeoni, mi sono chiesto e ho studiato il perché il vino fosse riuscito a conservarsi senza alterare le sue proprietà. Essendo rare nel nostro territorio grotte e gallerie dove far maturare lo spumante, mi è venuto in mente il mare». Per una perfetta maturazione, la luce (che è un agente ossidante) deve essere quasi assente e non intaccare i vetri oscurati delle bottiglie. Il fondale del mare garantisce queste condizioni, così come a una profondità tra i 50 e i 70 metri una temperatura ideale di 15 gradi centigradi e scarsissime escursioni termiche.

Le bottiglie di spumante saranno pronte nel 2010: si parla di 5000 litri spumantizzati e le richieste già fioccano anche dal mercato internazionale (come dagli Usa e dal Canada ). «Abbiamo unito terra e mare- conclude Lugano- certamente i costi di questo processo sono elevati, per un prodotto certamente unico»."

domenica 11 gennaio 2009

Nobile è la nebbia


È iniziato alla grande, con la regione Piemonte, il corso sui territori del vino. Come dice Andrea nel post precedente gli allievi hanno seguito con attenzione e interesse la prima lezione, ponendo anche varie domande in merito.
La cortesia dei gestori della Bottega del Peruzzi ad Artimino, che hanno messo a disposizione i locali, ha fatto il resto.
L’unico problema riguarda il relatore. Ma ci stiamo lavorando. D’altronde,si sa, la perfezione non è di questo mondo...

Vi offriamo allora un approfondimento sulla lezione appena conclusa. Un omaggio dedicato ai corsisti e a tutti i lettori, sempre più numerosi, del blog. A chi potevamo dedicarlo se non a sua maestà il Nebbiolo?

UN PO’ DI STORIA
È uno dei più grandi vitigni del mondo, ma la sua origine è avvolta nella...nebbia.
Eh, sì perché l’interpretazione prevalente sulla derivazione del nome Nebbiolo è quella che lo fa risalire al sostantivo “nebbia”. Perché l'uva matura tardi, quando le colline dove alligna sono già avvolte dalle prime brume autunnali. E perché gli acini presentano sulla superficie esterna un’abbondante pruina (una speciale cera che, come per le prugne da cui trae il nome, ricopre l'acino ed ha tra l’altro l’ importante funzione di proteggerlo dagli agenti esterni) che rende il chicco grigio-argentato, quasi annebbiandolo.
Ma c’è anche Battista Croce, gioielliere di casa Savoia, che nel suo famoso trattato “Della eccellenza e diversità dei vini che nella Montagna di Torino si fanno e del modo di farli”, del 1606, parla del Nebiol come la migliore tra le uve nere “più eccellenti” e ne fa derivare il nome dall’aggettivo “nobile”. Croce spiega l’affinità con nobile per il fatto che dal Nebiol si ricava un vino generoso, gagliardo e dolce.
E nobile il Nebbiolo lo è per davvero.
Perché tutti ne parlano. Da molto tempo. Già lo citava Columella, scrittore romano del I secolo d.C., autore del più completo trattato sull’agricoltura dell’antichità, il De re rustica. E lo proteggono. Tanto per fare un esempio, nel medioevo gli Statuti lamorresi (La Morra è zona storica per la produzione di Nebbiolo) prevedevano l’impiccagione per chi si fosse reso colpevole della rovina di più di quindici viti nelle proprietà altrui. Un’ enorme severità, che ci fa comprendere quanto questo vitigno fosse diventato assai importante economicamente, quasi prezioso.

VINIFICAZIONE E DINTORNI
Nobile perché viene vinificato quasi esclusivamente in Piemonte. Altrove dà risultati scadenti.
Ha bisogno di cure attente e laboriose ed è ‘molto esigente in fatto di tipo di terreno, della sua giacitura ed esposizione, di lavorazioni e concimazioni. Terreni “forti”, calcarei e tufacei, sono perfetti per questo vitigno.
Germoglia precocemente, verso la metà di aprile, e giunge a maturazione piuttosto tardi rispetto ad altri, verso la metà di ottobre. Abbastanza sensibile agli sbalzi improvvisi di temperatura, vuole o vorrebbe un decorso climatico regolare, per cui va coltivato in posizioni collinari ben esposte al sole, sud sud-ovest, fra i 200 e i 450 m. s.l.m., al riparo delle gelate e dei freddi di primavera.

LE VARIETÁ
Ha tre sottovarietà: Michet (dal nome dialettale “micot”, piccola pagnotta di pane), Lampia, Rosè (che dà vini più scarichi ed è quasi scomparsa), originatesi da mutazioni nel corso dei secoli, diverse per attitudini colturali e capacità produttiva.
La prima, la più rinomata, è caratterizzata da una produzione piuttosto incostante e limitata, per questo motivo la sua coltivazione si sta riducendo nonostante l’ottima qualità. Facilmente riconoscibile per la foglia pentalobata di dimensioni inferiori alla media, il grappolo compatto, piccolo, cilindrico, l’acino tondo di colore violaceo rossiccio, pruinoso.
La seconda,la più diffusa per la buona resa quantitativa e per il vino pregiato che ne deriva, presenta foglia grande, trilobata, grappolo ben sviluppato di forma piramidale allungata, acino tondo, viola scuro, fortemente pruinoso.
Ma l’elenco potrebbe continuare con diversi altri nomi: S. Luigi, Rossi, Bolla, quest’ultima condannata perché troppo produttiva.
Nobile perché è coltivato in poche zone privilegiate e raggiunge soltanto il 3% della produzione vinicola piemontese. Gli ettari vitati sono di poco superiori ai cinquemila, e sono, tanto per dare un’idea, la metà di quelli coltivati a Dolcetto e un decimo circa di quelli coltivati a Barbera.
Nobile perché è la base per grandi vini rossi orgoglio del Piemonte vitivinicolo: a partire da sua altezza il Barolo, per continuare con Barbaresco, Langhe, Gattinara e Ghemme.
Insomma, un vitigno unico.
E se poi capitate in Valtellina e vi offrono un bicchiere di Chiavennasca, occhio al nome e dateci sotto, è Nebbiolo pure quello. È solo il nome di un’altra sua fortunata sottovarietà. Ma siamo già sconfinati in Lombardia e questo è argomento della lezione di mercoledì prossimo.

E, a proposito di lezioni, prima della risposta di fuoco del mitico Bassini, vi annuncio che abbiamo scherzato. Il relatore è stato ovviamente più che all’altezza, “snebbiando” le menti degli astanti da qualsiasi dubbio potesse sorgere in merito ai vini piemontesi.
Alla prossima

giovedì 8 gennaio 2009

Sul piemonte con stupore




E siamo partiti, subito a bomba, con una regione dove la cultura del vino è forte e profonda, il grande Piemonte. Quindi dopo un analisi generale del territorio e dei principali vitigni e vini abbiamo assaggiato il Gavi docg, la Barbera d'Asti, il Barbaresco ed il Barolo.


Non è mia intenzione fare in questa sede il resoconto della degustazione tecnica ma invece rilanciare il tema del gusto del vino. Infatti abbiamo potuto assaggiare nel caso del barbaresco e del barolo due vini appena nati, anno 2004. Partendo dal presupposto che entrambi sono "bevibili" piacevolmente a partire magari dal 10° anno, cosa possiamo aver percepito dalla nostra degustazione? Profumi buoni, quasi ottimi, ma al palato….. giustamente terrificanti! E ho visto lo sguardo smarrito dei degustatori, solo per rispetto nei miei confronti non si sono lamentati. E pensare che la mia parte malefica di me è in estasi quando vedo fare le


Boccacce… ma loro sono un buon gruppo davvero, e con umiltà ( più facile trovare un giacimento di petrolio a Viareggio che questa virtù tra gli "pseudo-intenditori di vino") ho visto davvero in alcuni lo sforzo di capire cosa andavo blaterando. Verificato che i prodotti erano di ottima qualità, si è assaggiato un vino destinato a divenire un grande vino e che un degustatore deve però imparare a riconoscere sin dalla culla pur nelle sue legittime spigolature e mancanza di equilibrio ottimale. Non è facile lo riconosco, ma siamo tutti ad imparare. E poi abbiamo assaggiato dei vini non uniformati, e già questo è buono.


Una volta presa pratica in questo, potremo comprare i vini destinati ad un buon invecchiamento anche giovani e farli maturare nella nostra cantina, risparmiando tanti euro ed evitare di dover comprare annate vecchie strapagandole.


Tanto per i vini abboccati, morbidi e ruffiani abbiamo le altre serate.


E poi si trovano anche dal giornalaio ormai….

domenica 4 gennaio 2009

I want you!

 
Appello a tutti i prodi appassionati Winelovers:
condividi la tua esperienza culinaria e
inviaci segnalazioni di piatti, vini,
foto gustose e considerazioni varie.
Non fatemi bere da solo.....
 
 
 

dal vecchio al nuovo (anno)

 
 
Finalmente 2009! Cominciavo a stancarmi dell'attesa, dei buoni propositi e delle riunioni mangerecce (incredibile ma vero).
Allora passato bene questo periodo? spero proprio di si
Personalmente ho avuto la possibilità di assaggiare specialità enogastronomiche modenesi visto che ho trascorso li le mie feste natalizie.
E non mi è andata mica male... Settore vino ovviamente non stravolgente salvo il fatto che anche il tanto criticato Lambrusco doc ha delle facce poliedriche.
Si ce ne sono veramente di tutti i tipi e qualità. Per gli autoctoni non dovrebbe costare più di 3-4 euro, quindi immaginate cosa possono pensare di me che ne ho acquistato uno da ben 9,5 euro! Una pazzia secondo loro, ma vorrei veramente vederli vivere in toscana dove un vino di quel prezzo è considerato spesso in modo presuntuoso un vinello scadente.
E comunque con la loro cucina, si abbina da dio altrochè. Se solo provassimo a bere un bel rosso toscano fermo da 14 gradi con il cotechino... eheh! Per il secondo boccone dovremmo aspettare dei minuti prima di avere la bocca pulita dall'impasto colloso formatosi: quindi viva i vini giusti secondo l'abbinamento tradizionale!
E poi davvero quando un produttore prova a fare qualità, si sente la differenza anche nelle varie tipologie di vino.
Ma l'oggetto del desiderio sono stati assieme al cotechino artigianale, tortellini e arrosto.
Dei tortellini original Modena che dire... è un esperienza mistica e dopo quelli Rana non si mangiano più! Perchè nel buon tortellino piccolo e fatto a mano ( una cosa da artisti, difficilissima come manualità) si deve sentire chiaramente la ciccia usata e il buon parmigiano, che si alternano in bocca tanto da non stuccare o annoiare mai. E come le noccioline non si smetterebbe mai di mangiarne, uno dietro l'altro.... provare per credere.
Per il cotechino stesso discorso, quello artiginale fatto dai loro macellai non è nemmeno paragonabile a quello precotto industriale. In bocca si sente meno colloso, più saporito, si scioglie quasi. E poi notevolmente più digeribile soprattutto se bagnato da un buon lambrusco. Qui la tradizione lo vuole assieme al purè di patate, fagioloni bianchi di Spagna o spinaci saltati.
Dell'arrosto invece dico solo che ho scoperto un taglio di carne che viene chiamato copertina di vitello, cotto in forno e tagliato sottile  e che risulta davvero di ottimo sapore. Mi piacerebbe sapere se viene fatto anche da noi e qual'è il suo nome locale. Qualcuno di voi ha la risposta?
Naturalmente ho assaggiato altre 10-12 pietanze ma non voglio annoiarvi anche perché sarete sulla digestione anche voi, però mi sembra che siano tra le cose buone che voglio ricordarmi del 2008.
Adesso un pò di riposo per palato e pancia, ma il 7 si ricomincia dal Piemonte al corso, ed è un gran Piemonte!
Buon 2009!
Ps. nella foto uno Zampone, il cugino più grasso del cotechino

bei tempi...